70 anni dalla liberazione di Auschwitz: Suonare per non morire - intervista a Coco Schumann

Coco Schumann a casa sua a Berlino - Foto: Emilio Esbardo

Coco Schumann è nato nel 1924 a Berlino da madre ebrea e padre tedesco. Faceva parte di quelli che i nazisti definivano come “Mischehe”, ossia figlio di matrimoni misti. Cresciuto all’insegna della musica jazz e dello swing, da ragazzo, vive la florida scena musicale lungo il viale “Kurfüstendamm”, pieno di locali mezzi legali e club. A 13 anni sedeva in estate, trasognato, ad ascoltare la musica dei suoi musicisti preferiti, sul muro della terrazza estiva del Delphi, il cui edificio era stato costruito tra il 1927/1928 da Bernhard Sehring.

Il Delphi divenne velocemente una mecca dello Swing grazie alle esibizioni di Teddy Stauffer. Negli anni ’80 e ’90 il Quasimodo, che avrà sede in uno locali dell’edificio del Delphi, diventerà una mecca del jazz, grazie all’ottima gestione dell’italiano Giorgio Carioti.


Coco Schumann, dopo aver imparato bene la chitarra, inizierà a suonare in vari locali. Fino al 1943, come ebreo, musicista swing e minorenne, riesce sempre all’ultimo momento a sfuggire all’arresto. Lo swing era stato vietato dai nazisti perché andava contro al ritmo, al passo uniformato dei nazisti o come ha più volte dichiarato lo stesso Coco Schumann, “chi ha dentro di sé lo swing, non importa se stia in una sala o su un palco, non potrà più marciare a passo uniforme”.

Scoperto, è stato internato nei campi di concentramento di Theresienstadt, di Auschwitz e di Dachau, dove la musica e “il suo angelo custode” lo hanno sempre salvato da morte sicura: diviene batterista del gruppo musicale “Ghetto-Swingers” (I suonatori swing del ghetto).

Serie di foto nello studio di Coco Schumann - Foto: Emilio Esbardo

Subito dopo la guerra ritorna ad essere protagonista della scena jazz di Berlino, suonando con i più famosi musicisti internazionali americani come Louis Armstrong, che si esibivano in una città in macerie. Tormentato dai cattivi ricordi e dalle esperienze orribili dei campi di concentramento decide di trasferirsi in Australia insieme a sua moglie.

Ritornerà dopo un po’ di tempo nella sua “odiata” patria, a Berlino. Per anni rifiuterà di lasciare interviste, fin quando un reporter della WDR gli disse: “Se lei non parla di ciò che è successo, chi dovrà raccontare la verità dell’accaduto al posto suo?”.

Nel 1997 pubblicherà la sua autobiografia “Der Ghetto-Swinger – Eine Jazzlegende erzählt” (Il musicista swing del ghetto – una leggenda del jazz racconta), curata da Christian Graeff e Michaela Haas. Oggi, all’età di 87 anni, Coco Schumann continua ad esibirsi con il suo gruppo “Coco Schumann Quartett”.

Foto nello studio di Schumann: i “Ghetto-Swingers” - Foto: Emilio Esbardo

L’ho incontrato a casa sua a Berlino. Dopo avermi mostrato le sue foto in bianco e nero di una fortissima valenza storica, ho iniziato a porgli domande sulla sua vita e sulla sua musica.

Signor Schumann, nei suoi ricordi di bambino com’era la vita a Berlino negli anni ’20 e ’30?


Ho avuto una bellissima gioventù. A causa del fatto che mia madre era ebrea, siamo stati perseguitati. Ma io non gli ho dato molto peso, molta importanza. Grazie alla musica ho vissuto momenti meravigliosi.

È stato per caso che lei è divenuto un musicista o è stato da sempre un suo desiderio?

Mia madre mi ha raccontato che già da bambino ero incontrollabile quando di domenica andavamo in un ristorante dove vi era un pianoforte. Iniziavo immediatamente a giocherellare con i tasti. Arthur, il mio zio preferito, suonava in un gruppo musicale gitano, che una volta venne ad una festa di compleanno dei miei nonni. Rimasi affascinato da tutti quegli strumenti e capii immediatamente che sarei voluto diventare musicista. Dopo la Notte dei Cristalli, mio zio decise di abbandonare la Germania e mi regalò la sua batteria. In seguito un mio cugino mi regalò la sua chitarra, che il signor Balin, il mio insegnante scolastico mi ha insegnato a suonare. È stato l’inizio della mia carriera musicale da chitarrista.

Perché ha deciso di fare Jazz e Swing e non un altro genere di musica?

La musica viene dal cuore. È una questione di sentimento. Molti non hanno nessuna sensibilità per la musica e l’apprendono come se fosse un mestiere. La mia musica proviene dal mio intimo, dalla mia anima.

Coco Schumann in concerto nella “Kapelle der Versöhnung“ nella Bernauer Straße a Berlino - Foto: Emilio Esbardo

Può descrivere con parole sue che cos’è lo Swing?


Lo Swing è uno stile di musica. L’intero universo vibra. Molto tempo fa qualcuno è riuscito a registrare in un disco le vibrazione dell’universo. Il senso dello Swing, del “vibrare”, del “dondolare”, lo si ha, oppure non lo si ha. Non lo si può apprendere.

Come descriverebbe il suo stile?

Io suono di tutto, non solo il jazz e lo swing. Ho guadagnato i miei soldi anche con la musica pop e il rock’n roll. Tutta la musica che ho suonato, l’ho sentita dentro di me. Raramente esiste musica cattiva. Ci sono però moltissimi cattivi musicisti. Mi ricordo di un gruppo gitano “Hänsche weiss”, che suonava spesso nel locale “Flöz”, dove io, di solito, trascorrevo le mie serate. Una volta vi andai con la mia chitarra. Martin Weiss, il loro violinista, che vive e suona ancora a Berlino ebbe l’idea di improvvisare, per divertimento, la canzone per bambini “Hänschen klein”. Ne è nato un pezzo musicale interessante. Ciò dimostra che nel jazz con un paio di semplici note si possono improvvisare dei pezzi eccellenti.

Com’è nato il suo soprannome “Coco”?

Durante la guerra qui c’erano molti lavoratori stranieri ed io avevo una ragazza francese. I francesi non riescono a pronunciare la “h”aspirata. Il mio vero nome è “Heinz” e lei lo pronunciava sempre come “Eins”, che in tedesco significa “uno”. Io m’irritavo e così iniziò semplicemente a dirmi “cherie Coco”. Così è nato il mio soprannome.

Lei è entrato in contatto negli anni ’30 con l’allora emergente genere musicale dello swing. Ha imparato a suonare la chitarra e la batteria e già da ragazzo suonava per differenti gruppi. Ci può raccontare qualcosa di quel periodo?

Era tempo di guerra e Hitler era contro gli ebrei e i “negri” e lo swing era definita soprattutto come una musica di “negri” e di ebrei. Nonostante tutto abbiamo sempre trovato delle soluzioni per poter suonare.

Coco Schumann ringrazia il pubblico dopo il concerto - Foto: Emilio Esbardo

Potrebbe citarmi alcuni luoghi, gruppi e persone che hanno influito la scena dello Swing?

Il mio primo incontro con lo Swing, se la memoria non mi tradisce, è stato nel 1936. Ascoltavo i dischi di Duke Ellington, Ella Fitzgerald, Nat Gonella, Teddy Stauffer, Die Goldene Sieben, e molti altri. Mi trascinavo da un locale all’altro lungo il viale “Kurfürstendamm”. Il “Delphi” era molto famoso. Lì hanno suonato i gruppi più importanti come quello di Teddy Stauffer e musicisti come Günther Herzog e Heinz Weber. Si ballava. C’erano telefoni da tavola con i quali si potevano chiamare le donne sedute in altri tavoli. Persino sul palco ce n’era uno. In estate si ballava fuori. Sul muro della terrazza estiva del Delphi, a 13 anni, sedevo trasognato e osservavo le persone. Il mio primo ingaggio regolare è stato nell’Allotria-Bar. Durante la guerra ho suonato nel “Rosita Bar” con l’italiano Tullio Mobiglia, che spezzava continuamente il cuore delle ragazze e che si definiva come il più bel sassofonista del mondo. Un altro locale che ricordo è il “Groschenkeller” nella strada “Kantstraße”. Nel viale “Kurfürstendamm” c’era l’imbarazzo della scelta tra locali da ballo e club, dove la vita notturna si protraeva fino al mattino inoltrato. La città veniva bombardata, vedevamo le case e gli edifici crollare, ma noi continuavamo a suonare persino nei rifugi antiatomici.

Alcol, donne e vita notturna fanno parte del jazz?


Ad essere sincero, sì. Una volta ho detto per scherzo: “nel circondario dei locali, dove io suonavo, non ho mai dato una sberla ai bambini che stavano sulla strada, perché uno di essi sarebbe anche potuto essere il mio. E durante il mio compleanno ad Amburgo al “Sankt Pauli Theater”, nel mio commento di chiusura ho detto: “se viene qualcuno che mi somiglia è un puro caso”.

Quali musicisti l’hanno influita di più musicalmente?

Molti. Ad esempio i musicisti americani di successo internazionale sono stati tutti a Berlino dopo la guerra ed hanno fatto concerti. Io avevo il mio proprio gruppo ed ho suonato con tutte le persone più famose. Questi musicisti dopo i loro concerti non ritornavano mai nei loro hotel bensì andavano nei locali dove si suonava jazz, dove in sostanza suonavo anch’io. È così che ho fatto delle improvvisazioni jazz anche con Louis Armstrong e Stan Kenton. Una volta, durante una pausa musicale, ho espresso il mio parere negativo sulla musica che stavamo suonando. Louis Armstrong mi ha detto: “Coco, it’s not important, what you play. It’s important how you play” (Coco non è importante ciò che suoni. È importante come lo suoni). Tra i miei incontri più importanti c’è stato quello con Helmut Zacharias nel Melody-Bar, credo nel 1939. E poi quello con Hans Korseck, un musicista famoso che aveva suonato con Benny Goodman in America, che mi diede lezioni private, nella via Fasanenstraße.

Fino al 1943, è riuscito, nonostante tutto fosse mezzo ebreo, e, suonasse la musica jazz “dei negri”, in club mezzi legali, a sfuggire ai nazisti. Come ci è riuscito?

È stato un periodo molto bello. Eravamo giovani e avevamo formato quella che allora si chiamava “cricca”. Stavamo sempre insieme. Quando si è giovani, si vede tutto sotto un’altra luce. Incoscientemente abbiamo fatto cose molte pericolose. La musica ci ha aiutato in quei tempi difficili: eravamo tutti appassionati del jazz. Fino al 1943 ho potuto evitare la deportazione sia per la mia impudenza, sia perché mio padre era tedesco o come si diceva allora “ariano”. Se qualcuno si avvicinava per strada per un controllo, quando mi chiedevano i documenti, grazie ai miei occhi azzurri e alla mia stretta parlata berlinese, lo fuorviavo chiedendogli la direzione di una precisa strada. Così mi lasciavano proseguire senza sospetti. Poi suonavo apertamente senza mai nascondermi e anche questo allontanava i sospetti. Una volta le SS hanno fatto un controllo nel Rosita-Bar. Erano alla ricerca di disertori e minorenni. Uno di essi si era seduto di fronte a me. Ha iniziato ad applaudire le nostre canzoni ed io, ad un certo punto, gli ho detto: “lei mi dovrebbe arrestare. Sono ebreo, suono lo Swing e sono minorenne”. Scoppiò a ridere insieme a tutti i presenti in sala.

Com’era la vita quotidiana nei campi di concentramento?


Nel campo di concentramento di Theresienstadt io suonavo la batteria nel gruppo “Ghetto-Swinger”. Gli altri dovevano fare il lavoro pesante di fabbrica. La mattina dovevamo suonare al cancello del campo quando gli altri andavano a lavorare.

Nei campi di concentramento la musica l’ha aiutata, le ha dato la forza di non mollare o le ha salvato letterariamente la vita?

La musica mi ha salvato. Se non avessi fatto musica, oggi non starei qui a parlare con te, sarei morto. Ho sempre avuto la sensazione di avere un angelo custode, che si prendesse cura di me. C’è sempre stato qualcuno che mi riconosceva per la mia musica, persino ad Ausschwitz. Lì io debbo la vita al signor Herrig, che mi ha riconosciuto e mi ha presentato come musicista. Herring aveva frequentato spesso il Rosita-Bar ed era un ammiratore di Tullio Mobiglia. Sono stato costretto a suonare per dei criminali, ad allietare le loro serate, sempre insicuro di come sarebbe finita, dipendevo dal loro umore, un piccolo errore mi sarebbe costato la pelle. Ho ricevuto qualche razione di cibo supplementare in più e un posto migliore, dove dormire. Una volta come premio ho ricevuto un paio di scarpe, che erano un bene vitale. In inverno, infatti, l’appello era alle 5 del mattino e chi era senza scarpe congelava per ore a piedi nudi.

Dopo la guerra lei è ritornato ad essere immediatamente uno dei protagonisti della scena jazz di Berlino e infine della Germania…

Dopo la guerra tutti i locali che io frequentavo erano andati distrutti dai bombardamenti. Si è formata di nuovo la scena jazz, dove anch’io mi sono inserito. Dopo gli orrori della guerra, la gente aveva bisogno di svagarsi, di dimenticare. In quel periodo ho suonato anche per i russi per della Vodka ed un paio di patate. Poi sono stato a suonare in giro per il mondo.

Lei è stato il primo musicista jazz tedesco a suonare con la chitarra elettrica?

Sì è vero. Ho ricevuto un sacco di lettere da ammiratori, tutti erano entusiasti della chitarra elettrica.


Se si ascolta un pezzo musicale, senza sapere chi è a suonarlo, si può affermare se è una donna o un uomo?

No. Una buona pianista non la si può distinguere da un buon pianista. Stilisticamente non è possibile.

di Emilio Esbardo

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