Storie da Gerusalemme - 4 cortometraggi in realtà virtuale di Dani Levy

Il regista Dani Levy con il visore 3D. All'interno del museo ve ne sono dieci per osservare il film - foto: Emilio Esbardo

di Emilio Esbardo 

In occasione dell’esposizione Welcome to Jerusalem (Benvenuti a Gerusalemme), il regista Dani Levy ha girato quattro cortometraggi intitolati “Geschichten aus Jerusalem” (Storie da Gerusalemme), utilizzando la nuova tecnica VR – abbreviazione di virtual reality, che indica una realtà simulata virtualmente. 

Grazie a dei visori 3D, un congegno a forma di occhiali, gli spettatori si isolano dall’ambiente circostante e vengono trasportati in un ambiente tridimensionale, facendogli vivere una realtà parallela quasi tangibile.  


I film saranno visibili nella sala Glashof del Museo ebraico a Berlino in inglese e tedesco: dal 3 maggio al 17 giugno 2018. Per i visitatori del museo, l’entrata è gratuita. All’interno della sala vi sono 10 visori 3D. Inoltre i film sono disponibili sul canale ARTE, che offre anche una versione in lingua francese.

I quattro cortometraggi raccontano quattro storie ambientate a Gerusalemme dal punto di vista palestinese e dal punto di vista israeliano e hanno una lunghezza di circa 6/8 minuti. Gli episodi sono stati girati con il tipico senso dell’umorismo di Dani Levy.

- Breve descrizione -

Il primo racconto si intitola Glaube (Fede): Sulla Zionsplatz un cabarettista, con battute sovversive e pungenti, descrive la sua vita a Gerusalemme, suscitando al contempo risa e collera. Con la tecnica VR sembra di trovarsi realmente sulla piazza e di poter intavolare un dialogo con il cabarettista mentre questi sembra puntare il dito verso di noi…

Il secondo racconto s’intitola Liebe (Amore): Ci troviamo seduti su un autobus di linea fermo ad un posto di blocco dove salgono due guardie di frontiera per i controlli. I passeggeri mostrano i loro documenti senza alzare lo sguardo: normalità a Gerusalemme. Ad un certo punto un giovane soldato invita una palestinese a seguirlo fuori dall’autobus. Si scoprirà che è  per chiederle se si ricordasse ancora di lui da quando si erano visti per la prima volta all’ospedale Hadassah due mesi prima…

Il terzo racconto s’intitola Hoffnung (Speranza): ora ci troviamo distesi accanto a dei cecchini dell’esercito sui tetti del centro storico. Giù in un vicolo stretto, uno dei cecchini sta contrattando il prezzo di una collana per sua figlia che festeggia il Bar mitzvah (momento in cui un ebreo raggiunge l’età della maturità). Lungo una corda scendiamo sul luogo della negoziazione. Con le lenti VR, sembra di farlo realmente. La situazione ha un finale grottesco.

Il quarto episodio s’intitola Angst (Paura): questa volta giungiamo in un grande edificio incompiuto ed abbandonato, dove ci vengono incontro dei bambini che giocano a calcio. Ad un certo punto arriva un’auto con due guardie arabe che ci mettono al corrente che questa costruzione sarebbe dovuta divenire la sede del parlamento palestinese Abu Dis concordato durante la cosiddetta Soluzione dei due Stati a fine anni ’90. 

I primi dieci spettatori con il visore 3D mentre guardano il film - foto: Emilio Esbardo

Il regista Dani Levy con il visore 3D

I quattro cortometraggi realizzati da Levy sono stati un lavoro pionieristico, visto che la tecnica Virtual Reality è ancora in fase di sperimentazione. Citando dall’intervista ufficiale al cameraman Filip Zumbrunn:

Dani Levy ha avuto un progetto piuttosto impegnativo con l’utilizzo della videocamera a 360 gradi. Voleva che la si muovesse in maniera tale da prendere la prospettiva di un essere umano, catapultando così lo spettatore al centro della scena. Tutti i professionisti di questa tecnica ci hanno consigliato: “se sposti la videocamera lo devi fare come steadycam o posizionarla su una sospensione cardanica” (…) Ho fatto delle ricerche e mi sono imbattuto in una persona statunitense, un ragazzo fantastico, un guru della sospensione cardanica da lui costruite, adatte proprio al nostro scopo. Lui ce ne avrebbe potuta consegnare una soltanto per metà dicembre però noi volevamo iniziare le riprese già agli inizi del mese (…) Abbiamo dunque deciso di posizionare la videocamera sulla mia testa, per ottenere in altre parole “una videocamera sul capo come videocamera portatile”. Essa doveva essere messa al centro della testa. I quattro microfoni per la registrazione del suono dovevano far parte della struttura: per questo motivo abbiamo dovuto realizzare un lavoro pionieristico e casereccio (…) Ho comprato un casco da equitazione al mercatino delle pulci e sopra vi ho avvitato una tortiera. La videocamera l’ho poi posizionata sulla tortiera mentre il suono ai suoi bordi (…) Per girare la scena del soldato che scende dai tetti fino al bazar abbiamo utilizzato una spidercam (…)

Per comprendere ancor di più la complessità e le difficoltà da superare, bisogna sapere che la videocamera è inoltre dotata di sei lenti. In questo modo gli spettatori si trovano come catapultati al centro della scena. Quando ho indossato io stesso gli occhiali, era come se chi parlava si rivolgesse a me, era come se io camminassi realmente per le strade, salissi i gradini, stessi seduto in un autobus e stessi puntando il mio fucile da soldato… una realtà virtuale insomma. Ci mancano solo gli odori…

Le difficoltà della troupe non sono state solo tecniche; in una città difficile come Gerusalemme vi erano le questioni sulla sicurezza, sui permessi per girare le scene soprattutto in determinati luoghi. Ad esempio a Levy è stato negato l’accesso all’edificio Abu Dis. E poi vi era il problema dell’assegnamento dei ruoli: è stata un’impresa titanica trovare un attore che accettasse il ruolo di Arafat. La risposta più comune era: “preferirei recitare la parte di Adolf Hitler”. Oppure il caso dell’attrice palestinese che si è rifiutata di sorridere o di mostrare alcuna simpatia verso l’attore israeliano mentre giravano la scena del soldato e della ragazza, dichiarando: “L’onore della mia gente è più importante della mia carriera cinematografica”.  

Il regista Dani Levy con il visore 3D - foto: Emilio Esbardo

Essendo il pensiero dei protagonisti molto importanti per la costruzione dei miei articoli, cito anche alcune affermazioni del regista Dani Levy, che ci fanno comprendere ancora meglio la realizzazione del film:

Gerusalemme contiene un migliaio di storie, dozzine di prospettive – non è stato facile mantenere un’angolazione europea in questo vortice di disarmonia e d’incomprensione. I rapporti di potere e di proprietà hanno raggiunto livelli molto critici. Sicurezza e sopravvivenza sono percepibili in ogni angolo. Le tre principali religioni del mondo rivendicano le loro pretese di “Terra Madre”. Niente è scontato, niente è semplice, niente di oggi è valido domani. I quattro cortometraggi potevano solo accennare questi argomenti. Per me era più importante che i racconti cozzassero contro le aspettative europee, che sorprendessero gli spettatori senza falsa morale. E l’UMORISMO è fondamentale.

Per chi fosse interessato a vedere il film Storie da Gerusalemme presso il Museo Ebraico, indirizzo e orari:

Jüdisches Museum Berlin
Apertura quotidiana dalle 10 alle 20
Lindenstraße 9-14,
10969 Berlin
Tel: +49 (0)30 259 93 300

Altrimenti, al seguente link tutte le produzioni in VR di ARTE: https://sites.arte.tv/360/de/arte360-alle-projekte-360

Al seguente link l’app da scaricare per poter vedere i film VR di ARTE: https://sites.arte.tv/360/de/arte360-vr-die-app-360

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